Noi non siamo d’accordo con questo titolo.

Domenica sera un uomo è morto in strada, un fattorino, di quelli che vi portano la pizza a casa. Era di ritorno da un secondo lavoro senza tutele e senza l’inquadramento contrattuale che prevederebbe l’infortunio in itinere. Una dinamica poco chiara, con un’auto della Polizia apparentemente senza sirene che lo ha investito a forte velocità mentre Mario cercava di immettersi in via del Lavoro: il Resto del Carlino titola “Non c’è niente da rider, Mario Marino Ferrara, 51 anni, è morto in moto: consegnava una pizza i fattorini lavorano ancora senza una legge”.

Come spesso abbiamo ribadito tramite i canali della nostra associazione, Salvaicicisti, troppo spesso vediamo uscire questo tipo di titoli di cattivo gusto, qui addirittura un gioco di parole sulla morte di una persona. Quale tipo di reazione può suscitare in un familiare o in una persona cara questo titolo, di macabro gusto? Con quale leggerezza si trattano notizie del genere, con toni e modi che non verrebbero mai applicate alla cronaca nera, ad esempio. Recentemente, il 24 maggio nell’ambito del Festival Bologna Bike City abbiamo organizzato un seminario proprio su questo argomento con l’Ordine dei Giornalisti di Bologna. Tra i relatori, Marco Scarponi della Fondazione Michele Scarponi, ci ha ricordato, basandosi sulla sua terribile esperienza in occasione della morte violenta del fratello Michele, investito da un furgone durante un allenamento, il totale senso di abbandono e di dramma del familiare di una vittima viene incredibilmente esasperato dall’atteggiamento di certa stampa. Marco ci ha raccontato come vive un familiare la totale mancanza di umanità di certi titoli e del modo in cui vengono riportati fatti a poche ore dalla tragedia, con la diffusione di immagini forti, dei corpi, di frasi crude o sensazionalistiche, o peggio di black humor come in questo caso. Cosa vive la comunità di amici, parenti e colleghi quando una persona perde la vita? Dai racconti di Marco abbiamo appreso come alle volte la stampa non si faccia scrupolo di reperire le informazioni molestando i familiari o fotografandoli senza autorizzazioni nel momento di esternazione delle loro emozioni, nel momento del dolore più intimo.

Molto spesso, come in questo caso, le circostanze dell’incidente non sono approfondite con un lavoro di indagine da parte del giornalista, come succede invece per la cronaca nera. Sebbene la presunzione di innocenza, anche nel caso dell’omicidio stradale e la veridicità dei fatti devono essere la priorità, spesso leggiamo termini e costruzioni semantiche che colpevolizzano le vittime e celano le cause degli incidenti (velocità alla guida, distrazione, infrastrutture non adatte o non sicure). Non possiamo attribuire questi incidenti alla fatalità, ma dobbiamo evidenziare le loro cause.

Per questa ragione ancora una volta ribadiamo che titoli come questi sono inaccettabili e speriamo che riflessioni come quelle fatte durante il workshop  “Utenti deboli della strada e vittime” con i professionisti del mondo dell’informazione aiuteranno sempre più una ridefinizione della lingua utilizzata per parlare degli incidenti stradali.

Se volete saperne di più

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